TITOLO I - DISPOSIZIONI GENERALI
CAPO II - Delle parti e della loro rappresentanza e assistenza in giudizio

Articolo 14 - Litisconsorzio ed intervento

1. Se l'oggetto del ricorso riguarda inscindibilmente più soggetti, questi devono essere tutti parte nello stesso processo e la controversia non può essere decisa limitatamente ad alcuni di essi.

2. Se il ricorso non è stato proposto da o nei confronti di tutti i soggetti indicati nel comma 1 è ordinata l'integrazione del contraddittorio mediante la loro chiamata in causa entro un termine stabilito a pena di decadenza.

3. Possono intervenire volontariamente o essere chiamati in giudizio i soggetti che, insieme al ricorrente, sono destinatari dell'atto impugnato o parti del rapporto tributario controverso.

4. Le parti chiamate si costituiscono in giudizio nelle forme prescritte per la parte resistente, in quanto applicabili.

5. I soggetti indicati nei commi 1 e 3 intervengono nel processo notificando apposito atto a tutte le parti e costituendosi nelle forme di cui al comma precedente.

6. Le parti chiamate in causa o intervenute volontariamente non possono impugnare autonomamente l'atto se per esse, al momento della costituzione, è già decorso il termine di decadenza.

 

a) nel processo civile

1. Il litisconsorzio.

Il codice di procedura civile dedica a questi istituti gli articoli dal 102 al 107, al fine di disciplinare i processi in cui vi siano più di due parti.

Litisconsorzio attivo, passivo e misto. E' possibile, infatti, che in un processo vi siano più attori (litisconsorzio attivo), o più convenuti (litisconsorzio passivo) od anche più attori e più convenuti (litisconsorzio misto).

Litisconsorzio originario e successivo. Il litisconsorzio, inoltre, può distinguersi in originario o successivo in dipendenza del momento in cui la pluralità delle parti si è costituita: al momento della proposizione della lite, o successivamente, in pendenza di questa.

Si ha litisconsorzio successivo quando le nuove parti si siano costituite per intervento.

Litisconsorzio necessario e facoltativo. La distinzione fondamentale, però, è quella tra litisconsorzio necessario e facoltativo; le due situazioni processuali, infatti, oltre a derivare da situazioni giuridiche diverse, comportano anche degli effetti del tutto difformi.

L'articolo 102 C.p.c. dispone che "se la decisione non può pronunciarsi che in confronto di più parti, queste debbono agire o essere convenute nello stesso processo". Ad esempio, l'articolo 2900 C.c. dispone che il creditore che agisca in via surrogatoria debba citare in giudizio anche il suo debitore diretto. Al di fuori delle poche ipotesi di liticonsorzio necessario, indicate esplicitamente nelle norme dell'ordinamento, la necessarietà della pluralità delle parti va ricercata nella natura del rapporto controverso. Può essere un esempio di ciò la controversia che riguardi il diritto di proprietà dei condomini. In questo caso, infatti, nessuna modificazione dei rapporti condominiali potrebbe validamente ottenersi se non nei confronti di tutti i comproprietari.

In tutti gli altri casi, diversi da quelli richiamati dall'articolo 102 C.p.c., il litisconsorzio sarà facoltativo.

Litisconsorzio facoltativo improprio. L'articolo 103 C.p.c. consente che più parti possano agire o essere convenute nel medesimo processo se tra le cause che si propongono vi sia connessione per l'oggetto o per il titolo (è il caso ad esempio di più soggetti danneggiati nel medesimo incidente automobilistico). Vi può però essere anche un altro tipo di litisconsorzio, detto improprio, nel caso in cui la decisione delle diverse cause dipenda, totalmente o parzialmente, dalla risoluzione di identiche questioni giuridiche.

La ratio dei due istituti è sostanzialmente diversa; nel litisconsorzio necessario, infatti, l'attenzione è posta sull'unicità del rapporto giuridico oggetto del processo; in quello facoltativo, invece, la preoccupazione del Legislatore è solo quella di economizzare i giudizi e di evitare decisioni tra loro difformi su questioni identiche.

Estinzione del processo. Anche gli effetti, quindi, della mancata sussitenza del litisconsorzio sono differenti: il mancato rispetto delle parti dell'ordine del giudice di integrare il contraddittorio, nel termine da questi fissato, è causa di estinzione del processo solo nel caso di litisconsorzio necessario.

2. L'intervento.

Intervento volontario e coatto. E' l'ingresso di un terzo, originariamente non costituito, nel processo già pendente.

L'ingresso nel processo può essere conseguenza della libera volontà della nuova parte (intervento volontario), oppure della chiamata ad opera di una delle parti originarie (intervento coatto). La chiamata di un terzo è effettuata dalla parte nel suo interesse, od in ottemperanza ad un ordine del giudice. L'articolo 105 C.p.c. disciplina tre diverse ipotesi di intervento volontario: principale, adesivo autonomo (o litisconsortile) e adesivo dipendente; queste forme di intervento sono espressione della stessa esigenza: la tutela di un interesse o di un diritto propri dell'interveniente.

Volontario: principale. In quello principale, infatti, la nuova parte oppone la sua domanda a quella di tutti gli altri; da quel momento il processo diventa trilaterale ed ognuna delle tre parti è in competizione con le altre. E' il classico caso di un processo tra due soggetti che rivendicano la proprietà di un bene in cui intervenga un terzo che sostiene di esserne lui il legittimo proprietario.

 

Adesivo autonomo ... L'intervento adesivo autonomo (o litisconsortile) è quello in cui la nuova parte propone una domanda, che affianca a quella di una delle parti originarie per vedere tutelato un suo diritto. Ne è un esempio il processo per l'impugnazione del bilancio da parte di un socio in cui intervengano anche altri soci.

... e adesivo dipendente. Scopo dell'intervento adesivo dipendente (o ad adiuvandum) non è, invece, la tutela di un diritto ma quella di un interesse. La nuova parte, infatti, non propone nuove domande ma si limita a sostenere quella di una delle parti originarie in quanto il suo diritto non è oggetto della controversia. L'interveniente adesivo dipendente deve, però, essere almeno titolare di un diritto, connesso a quello oggetto del processo, che potrebbe ricevere un pregiudizio dalla futura sentenza. A questa necessità risponde, ad esempio, l'intervento del fideiussore nella lite del debitore da questi garantito. La legittimazione ad agire dell'interveniente ad adiuvandum è detta dalla dottrina secondaria, dipendente o accessoria; ed è per questo motivo che la posizione processuale dell'interveniente è la stessa della parte adiuvata, al momento dell'intervento.

Coatto: ad istanza di parte ... L'intervento, però, può anche essere conseguenza dell'iniziativa di una delle parti o del giudice e, pertanto, non è solo volontario ma anche coatto. L'articolo 106 C.p.c. disciplina il caso dell'intervento su istanza di parte, in cui si ha una delle parti originarie che chiama alla lite un terzo cui ritiene la causa comune o da cui vuole essere garantita. Un esempio di causa comune può essere dato dal processo in cui si controverte circa la proprietà di un bene ed una delle parti originarie, sapendo che un terzo ritiene di avere diritti su quello stesso bene, chiama anche quest'ultimo al processo, per ottenere una definizione completa dei rapporti. Il caso della chiamata a garanzia, invece, è quello tipico del debitore che nella causa con il creditore chiama in giudizio il suo garante.

... e per ordine del giudice. L'articolo 107, infine, disciplina il caso dell'intervento per ordine del giudice. Tale istituto trova applicazione quando questi ritiene opportuno che il processo si svolga anche nei confronti di un terzo. Il presupposto dell'esistenza di una connessione tra il rapporto controverso e quello del terzo è presente anche in questa norma, la quale consente al giudice di ordinare l'integrazione del contradditorio (la chiamata, cioè, di tutte le parti che il giudice ritiene necessarie al buon esito del processo), al fine di economizzare i giudizi e garantire l'uniformità e l'unicità delle decisioni. A seguito dell'ordine d'intervento, il terzo diviene parte e litisconsorte necessario. L'ordine di chiamata in giudizio è rivolto non al terzo, ma ad una delle parti la quale dovrà ottemperare essa stessa all'obbligo nel termine fissato dal giudice; in caso contrario il processo si estingue.

 

b) nel processo tributario.

Il semplice rinvio alle norme del codice di procedura civile del D.P.R. 636/72 non si è dimostrato sufficiente a chiarire come ed in quali casi gli istituti processualcivilistici potessero essere applicati nell'ambito del contenzioso tributario. Le difficoltà applicative incontrate in passato hanno di fatto impedito che le commissioni tributarie fossero in grado di gestire rapporti processuali plurilaterali.

L'obiettivo dell'articolo 14 è quello ricordato dalla relazione ministeriale di accompagnamento: fornire una "embrionale disciplina dei processi con pluralità di parti", nonché la "necessaria disciplina formale". Resta fuori dalla previsione normativa una indicazione degli ambiti di applicazione ai casi concreti dei rapporti tributari.

Il primo comma: il litisconsorzio necessario. Al primo comma si chiarisce definitivamente la questione relativa alla divisibilità dell'obbligazione tributaria. La disciplina prevede la necessarietà del litisconsorzio "se l'oggetto del ricorso riguarda inscindibilmente più soggetti". L'oggetto del ricorso, però, altro non è che la pretesa tributaria portata dall'atto impugnato, per cui il litisconsorzio necessario si ha solo se esiste un unico rapporto tributario controverso comune a più contribuenti.

Un caso di litisconsorzio necessario è stato individuato dalla Corte di Cassazione nelle controversie relative alle ritenute alla fonte di cui sarebbero parti necessarie il sostituto, il sostituito e l'Amministrazione finanziaria (Cass. SS.UU. n. 10685 del 27.10.93). Da notare al riguardo la sentenza n. 1433 del 9 febbraio 2000 pronunciata dalla sez. 1 della Corte di Cassazione; la Suprema Corte ha chiarito che il sostituito ha una posizione processualmente subordinata rispetto al sostituto ribaltando quindi quanto sostenuto nella sentenza citata ed affermando l'inesistenza del litisconsorzio necessario.

Anche le controversie fra sostituito e sostituto d'imposta, per le ritenute d'acconto effettuate dal secondo, rientrano nella competenza delle commissioni tributarie, in litisconsorzio necessario con l'Amministrazione finanziaria (Sentenza Corte di Cassazione, Sez.unite civ.del 9-6-1997, n. 5138; Sentenza Corte di Cassazione, Sez. unite civ. del 2-5-1997 n. 3833).

La riforma del sistema sanzionatorio tributario introdotta dal D.Lgs. 472/97, come conseguenza della personalizzazione delle sanzioni, comporterà che la più gran parte dei processi tributari saranno processi plurilaterali caratterizzati dal litisconsorzio necessario tra il contribuente e l'autore della violazione.

Un criterio di valutazione da utilizzarsi nell'individuazione della sussistenza della pluralità necessaria di parti nel processo tributario è offerto, ancora una volta, dalla giurisprudenza delle Sezioni unite della Suprema Corte che hanno affermato l'esistenza di una controversia tributaria ogni qual volta l'ente impositore assuma concretamente la veste di parte e rivolga una pretesa tributaria nei confronti di un soggetto che sia obbligato anche solo astrattamente alla pretesa di pagamento dell'imposta (Cass. SS. UU. n. 6637 del 6.12.88).

In quest'ottica, pertanto, la controversia tributaria sussiste anche nel caso, ad esempio, dell'acquirente di un immobile che, in tema di INVIM, pur non essendo parte del rapporto d'imposta, soggiace agli effetti concreti della controversia rispondendo con l'immobile acquistato, che diviene oggetto di privilegio a favore dell'Amministrazione finanziaria (Cass. SS. UU. n. 11302 del 28.10.95).

Occorre precisare che il rappresentante legale di società può impugnare direttamente l'avviso di mora, qualora l'avviso di accertamento non sia stato notificato, sia al fine di contestare il rapporto di rappresentanza e la propria responsabilità sia per contestare, ove occorra, la stessa esistenza o entità del debito principale, pur se cristallizzato nei confronti del titolare passivo (Decisione Commissione Tributaria centrale, Sez. IX del 25-3-1997 n. 1156).

In caso di sospensione della cartella di pagamento, infine, la Commissione Tributaria provinciale di Rieti, Sez. I con sentenza del 17-2-1997 n. 49, ha stabilito la legittimazione passiva del Concessionario della riscossione.

Il secondo comma: l'integrazione del contraddittorio. La previsione della necessarietà del litisconsorzio comporta ovviamente la possibilità del giudice di chiamare in giudizio le nuove parti, dando a queste un termine perentorio entro il quale costituirsi ed integrare il contraddittorio. Nel silenzio della norma si deve ritenere che si applichi la disciplina processualcivilistica della chiamata in causa iussu iudicis (per iniziativa del giudice), che consiste in un'ordinanza in cui il giudice ordina ad una delle parti già costituite di procedere, entro un termine perentorio, alla chiamata del terzo.

Se la chiamata in causa non viene effettuata entro il termine fissato dal giudice, si ha la estinzione del processo. Se, invece, effettuata regolarmente la chiamata in causa, il terzo non si costituisce nel termine a lui assegnato, gli effetti del processo saranno comunque estesi allo stesso in qualità di parte contumace.

Il terzo comma. Il terzo comma dell'articolo 14 è, invece, dedicato all' intervento volontario ed alla chiamata in giudizio nei casi in cui vi siano più destinatari dell'atto impugnato (è lo stesso caso, previsto al primo comma, che comporta il litisconsorzio necessario) o più parti del rapporto tributario controverso. In questa ultima disposizione è contenuta l'apertura alle "eventuali ipotesi di litisconsorzio o d'intervento di terzi" preannunciata dalla relazione ministeriale.

La particolare natura del processo tributario, il quale vede al centro della controversia l'atto impugnato, impone di ritenere che il rapporto tributario controverso, richiamato dalla norma, sia da ricercarsi esclusivamente nell'atto stesso. La individuazione di queste fattispecie è lasciata dal Legislatore all'analisi "della disciplina sostanziale dei rapporti plurisoggettivi".

I rapporti tributari complessi. Sono esempi di rapporti tributari plurilaterali: il rapporto sostituto-sostituito, cedente-cessionario per le imposte indirette e quello tra coniugi che abbiano presentato dichiarazione congiunta. La individuazione dei rapporti che consentono di accedere agli istituti previsti al terzo comma, sarà sicuramente materia sulla quale si discuterà a lungo, in quanto manca una tradizione dottrinale e giurisprudenziale in grado di orientare agevolmente in un campo che comporta la esatta cognizione della natura dei rapporti tributari complessi.

Come già detto le controversie fra sostituito e sostituto d'imposta, per le ritenute d'acconto effettuate dal secondo, rientrano nella competenza delle commissioni tributarie, in litisconsorzio necessario con l'Amministrazione finanziaria (Sentenza Corte di Cassazione, Sez unite civ. del 9-6-1997, n. 5138; Sentenza Corte di Cassazione, Sez. unite civ. del 2-5-1997 n. 3833).

Interventi possibili. Più interessante di una improbabile elencazione di tutti i rapporti che consentono l'applicazione del terzo comma, è invece la individuazione, a titolo d'esempio, della natura degli interventi possibili in ordine ai rapporti suindicati.

In tutti e tre i casi si è di fronte ad ipotesi di intervento volontario adesivo autonomo. Anzitutto va affermato che il processo tributario, per la sua stessa natura, non può di certo ammettere un intervento principale che sposti l'oggetto del processo dall'atto impugnato dal ricorrente ad un altro atto; resta, quindi, nell'ambito dell'intervento volontario, percorribile solo la strada dell'intervento adesivo dipendente.

Un esempio di intervento adesivo autonomo: un contribuente, vantando un cospicuo credito IVA nei confronti dell'erario, cede pro-solvendo il suo credito ad un soggetto estraneo al suo rapporto tributario. Nel processo relativo al rifiuto del rimborso, il cessionario del credito non potrà intervenire ad adiuvandum, per la tutela del suo interesse. In ultima analisi, quindi, l'unica ipotesi di intervento volontario ammessa dall'articolo 14, è quella dell'intervento adesivo autonomo o litisconsortile. Ma la legge delega (articolo 30, lettera g), numero 2 della L. 31 dicembre 1992, n. 413) non prevedeva un inserimento parziale degli istituti processualcivilistici del litisconsorzio e dell'intervento. E pertanto, se l'intervento volontario principale non è ammissibile per ovvie ragioni di coerenza del sistema processuale, perché escludere l'intervento ad adiuvandum? E' materia di studio per la Corte Costituzionale.

Gli ultimi tre commi. Sono dedicati alla disciplina formale degli interventi, che distingue le parti chiamate per istanza di parte da quelle intervenute per volontà del giudice o per volontà propria. Queste ultime, oltre a doversi costituire nei modi e nei termini previsti dall'articolo 23, devono anche - a differenza dei chiamati su istanza di parte - notificare (a norma degli articoli 16 e 17) alle parti già costituite un apposito atto, che ha lo scopo di portare a conoscenza delle parti originarie la loro posizione processuale.

Il sesto comma. Esclude la rimessione in termini per il contribuente il quale, intervenuto per chiamata su istanza di parte o volontariamente, non può più impugnare autonomamente l'atto, se è già scaduto il termine di sessanta giorni dalla notifica; il litisconsorte necessario chiamato in causa successivamente prende, invece, posto nel processo avendo salva ogni sua prerogativa. Di conseguenza di ciò è che l'interveniente si troverà nella stessa posizione processuale del ricorrente, ereditandone le preclusioni in tema di proposizione di domande, motivi, produzione di documenti ed allegati (di fatto si tratterebbe di una legittimazione secondaria come quella dell'intervento adesivo dipendente). Appare evidente, stante il sistema dei termini di impugnabilità degli atti e di costituzione in giudizio, che è assai improbabile che un terzo possa intervenire in un processo già in corso ed apportare novità processuali. Sembra che il caso più comune dei futuri processi tributari plurilaterali sarà caratterizzato dalla presenza di soggetti (parti del processo ad ogni effetto) impossibilitati ad ogni azione concreta di difesa.

Ovviamente diversa è, invece, la posizione dell'intervenuto per il caso del litisconsorzio necessario, il quale avendo una posizione processuale del tutto autonoma da quella delle altre parti, è libero di presentare domande, eccezioni, motivi, nel rispetto delle forme e dei tempi indicati dalla legge.

Litisconsorzio facoltativo. Infine si ricorda che, a mente dell'articolo 26, al cui commento si rinvia, è ammesso quello che la dottrina e la giurisprudenza definiscono litisconsorzio facoltativo per connessione oggettiva impropria, disciplinato dall'articolo 103 C.p.c. La fattispecie ricorre nelle ipotesi in cui si controverta su identiche questioni di diritto.

Proposta di modifica legislativa dell'Avv. Maurizio Villani. Il cessionario di azienda è responsabile in solido, fatto salvo il beneficio della preventiva escussione del cedente ed entro i limiti del valore dell'azienda o del ramo di azienda, per il pagamento dell'imposta e delle sanzioni riferibili alle violazioni commesse nell'anno in cui è avvenuta la cessione e nei due precedenti, nonché per quelle già irrogate e contestate nel medesimo periodo, anche se riferite a violazioni commesse in epoca anteriore (art. 14 del Decreto legislativo n. 472 del 18/12/1997).

La suddetta obbligazione, salvo casi particolari, è limitata al debito risultante, alla data del trasferimento, dagli atti degli uffici dell'Amministrazione finanziaria e degli Enti locali preposti all'accertamento dei tributi di loro competenza (per la relativa problematica, si rinvia all'interessante articolo di A. Amatucci, in "Bollettino trib." 1999, 1511-1512).

Il Ministero delle Finanze, con la circolare n. 180/E del 10/07/1998, ha precisato che "nel certificato devono essere enunciate anche le violazioni commesse nell'anno in cui è avvenuta la cessione o nel biennio precedente e già constatate dall'Ufficio o dall'Ente competente, ancorché alla data del trasferimento non sia stato ancora emesso il relativo atto di contestazione o di irrogazione della sanzione".

In quest'ultima, particolare, ipotesi è opportuno stabilire il principio che l'Ufficio o l'Ente devono necessariamente notificare il relativo atto anche al cessionario d'azienda, per metterlo nelle condizioni di poter autonomamente adire la Commissione Tributaria, senza attivare la limitata e rischiosa procedura dell'intervento di terzi (art. 14 D.Lgs. n. 546 del 31/12/1992); logicamente, se all'ufficio è stato tempestivamente e regolarmente comunicato l'atto di cessione dell'azienda.

Diverso, invece, è il caso del cessionario del credito IVA per il quale la Corte di Cassazione (sent. n. 379 del 17 gennaio 1998, in "Bollettino trib.", 1998, 1327) ha già stabilito il principio che lo stesso subentra nella medesima posizione processuale del contribuente-cedente e la relativa controversia conserva la sua natura tributaria. In definitiva, il cessionario può intervenire nella controversia promossa dal contribuente e la Commissione Tributaria può pronunciare condanna dell'Amministrazione a favore dello stesso.

Tratto da
LE LITI CON IL FISCO
di: Fernando Salvatore Cazzella, Massimo Conigliaro, Francesco Fabbiani, Maurizio Villani
a cura di Federico Maurizio d'Andrea e Fabrizio Petrucci